Nato a Swansea, Galles, nel 1914, Dylan Thomas è stato giornalista, sceneggiatore cinematografico e radiofonico, narratore, ma soprattutto poeta di impetuosa vitalità.
Morto a New York nel 1953 a soli trentanove anni, distrutto dall’alcool e dalle droghe, Dylan Thomas ha lasciato pagine di poesia naturale e istintiva, sostenuta da una personalità capace di diventare mito per più di una generazione.


Prima di leggere questa raccolta di poesie, non avevo idea che fosse esistito un poeta di nome Dylan Thomas. Una mancanza da niente se si pensa che il suo nome ha ispirato quello di Dylan Dog e Bob Dylan.

Comunque, inizio questa recensione lagnandomi un po’ di questa edizione. Innanzi tutto è senza testo a fronte e ne ho sentito tantissimo la mancanza: per quanto supponga che la traduzione di Ariodante Marianni, così rinomata, sia ottima, vi consiglio di procurarvi un’edizione che contempli i testi originali. Thomas, infatti, era un poeta che amava per parole per loro stesse, per il loro suono (o, forse dovrei dire, per la loro musica), per ciò che da sole trasmettevano: quindi credo che leggendolo in un’altra lingua si perda molto più di quanto solitamente accada con le traduzioni.

Poi ho intenzione di lagnarmi anche dell’essenzialità estrema di questa edizione: niente note, commento o introduzione a un poeta, e un’opera, che invece ne avrebbe bisogno. Dylan Thomas, infatti, è un poeta oscuro e criptico, uno di quelli che ti inducono a rileggere ossessivamente i suoi versi perché, nonostante tu ti stia estasiando con immagini di estrema vividezza, continui a non capire un’acca di ciò che ti sta dicendo. Ci sono molti riferimenti al folklore locale, ad elementi biblici, a leggende: tutti questi elementi poi vengono presentati e distrutti, esaltati e riformulati in un delirio di parole che Thomas chiamava “metodo dialettico”.

Oltre alle lagne, poi, ho anche una domanda da porre alla Mondadori: Dylan Thomas ha pubblicato nel 1936 Twenty-five poems, quindi perché questo libro si intitola (e contiene) 26 poesie? E, soprattutto, qual è la ventiseiesima e perché è stata aggiunta? Mistero…

Inoltre, voglio lagnarmi anche uno svarione biografico. Nella seconda pagina di questa edizione, c’è una brevissima biografia dell’autore, che si conclude con queste parole: Distrutto dall’alcol, è morto a New York nel 1953. Ora, siccome non sapevo niente di Thomas, mi sono messa a cercare informazioni su di lui ed è spuntato fuori il fatto che, sebbene bevesse molto, la causa della sua morte sarebbe stata una terribile negligenza da parte del dottor Feltenstein.

Dylan Thomas soffriva da tempo di problemi respiratori ed era costretto a servirsi di un inalatore. Si dà il caso che, nel novembre 1953, a New York, dove Thomas si era recato per il suo tour, i livelli di smog fossero altissimi. Il 4 novembre, Thomas ebbe una crisi dovuta ad una polmonite e il dottor Feltenstein, pensando che fosse solo in preda agli effetti dell’alcol, gli somministrò una dose di morfina tripla rispetto a quella raccomandata. La morfina peggiorò la situazione del poeta, che entrò in coma e morì il 9 novembre. L’autopsia chiarì che la causa della morte di Thomas fu la polmonite, aggravata da un edema cerebrale e da una steatosi epatica.

È vero che ormai la leggenda ha deciso che Dylan Thomas abbia letteralmente bevuto fino a morirne, ma la realtà era già chiara nel 1953, quindi in 26 poesie (1997) non avrei dovuto leggere la frase: Distrutto dall’alcol, è morto a New York nel 1953.

Dopo tutte queste lagne, probabilmente vi avrò fatto passare la voglia di leggere questo poeta. Ecco, non fatelo: solamente, reperite un’edizione migliore di questa (che, comunque, credo sia fuori catalogo).

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