Si sa che l’ultima guerra, e in particolare la Resistenza, hanno per lo più dato origine in Italia a storie di “uomini e no”, inclini a un’aspra sentenziosità. Nulla di meno congeniale a Landolfi, il quale scrisse febbrilmente la sua storia di guerra (questo “Racconto d’autunno”) nel 1946, ma giocando su tutt’altra tastiera. Qui un indefinito e sanguinoso conflitto fa da quinta a una vicenda di amore e morte che non sdegna nessuno degli attrezzi scenici del romanzo nero, dal ritratto ominoso agli animali demoniaci. E, al centro, troviamo una dark lady innocente e perversa, evocata per via neoromantica, che ci appare una vera concrezione dell’eros landolfiano. Mai come in questo libro Landolfi si è abbandonato al puro romanzesco, senza turbare e frantumare la narrazione, anzi lasciandola fluire in una corrente rapinosa e ingannevole. Eppure, la perfetta adesione ai canoni del racconto fantastico adombra in questo caso l’insanabile ferita inflitta all’autore dagli eventi. La guerra aveva infatti profanato il “covo di memorie”, il “Ricettacolo dei sogni” di Landolfi: la nobile dimora di Fico, che aveva assistito alla stesura di tutte le opere della sua prima stagione ed era per lui una sorta di guscio protettivo. E questo il vero luogo tenebroso del “Racconto d’autunno”, trasformato dalle erbe selvatiche in “un gran tumulo verde”, mentre attorno alla fantomatica figura femminile si addensa un “giallo leggermente abbrunato, come un bagno di funebre oro”.


La prima cosa che mi sento di dire riguardo a Racconto d’autunno è che non sembra un libro scritto da un autore italiano. So che suona come una cretinata o l’inizio di una tirata lagnosa contro i vizi degli italici scrittori, ma lasciatemi spiegare.

Racconto d’autunno è un vero e proprio fulmine a ciel sereno nella letteratura italiana. Nessuno di noi si stupirebbe nel vederlo accanto a Dracula di Bram Stoker: invece, è del 1946, quando un libro ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale non finiva certo per raccontare di una casa piena di misteri (neanche oggi a dirla tutta, ma questa non è una tirata lagnosa contro i vizi degli italici scrittori).

Un’altra cosa che vorrei dire è che Tommaso Landolfi è uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Sorpresi? Io sì, perché, prima di imbattermi in Racconto d’autunno, non avevo neanche mai sentito parlare di questo autore. Tra l’altro è stato un autore estremamente prolifico, con romanzi, poesie e racconti, oltre alle sue traduzioni. Com’è che la scuola italiana si è dimenticata di lui e non racconta ai suoi studenti che nel Novecento c’è stato anche un tale Tommaso Landolfi?

Vorrei anche dirvi che leggere Racconto d’autunno è stata un’esperienza esaltante per l’amante della lingua italiana che vive in me. Landolfi does it better, mi verrebbe quasi da dire. In Racconto d’autunno ho percepito proprio come ogni romanzo sia costruito con mattoni non casuali di parole. Sì, sembra la scoperta dell’acqua calda, ma in mondo pieno di scrittori dilettanti allo sbaraglio che pensano di scrivere capolavori infilando parole a caso una dietro l’altra, direi che ci siamo dimenticati anche degli elementi più basilari. Infatti, se – forse – il caso domina le vite degli esseri umani, di certo non può dominare nella letteratura, almeno per Landolfi.

Per quanto riguarda la trama, non vi ho raccontato quasi niente, né ho intenzione di approfondire. Racconto d’autunno è uno di quei libri che è meglio leggere che raccontare. C’è un’aura di mistero, inquietudine e desiderio di saperne di più che va indagata pagina dopo pagina.

4 stars smaller

Advertisements