Bruto conduce una vita solitaria in un mondo dove la magia è all’ordine del giorno. È un gigante di due metri e trenta di bruttezza e dai natali ignobili. Nessuno, incluso Bruto, si aspetta che lui sia più di un operaio. Ma gli eroi si presentano in tutte le forme e dimensioni e, dopo aver subito una mutilazione per salvare il principe, la vita di Bruto cambia bruscamente: è chiamato a servire al palazzo di Tellomer come guardia per un singolo detenuto. Sembra facile, ma si rivela essere la sfida della sua vita.

Le voci di palazzo dicono che il prigioniero, Gray Leynham, sia uno stregone e un traditore. Quel che è certo è che ha trascorso anni nello squallore: cieco, incatenato, reso quasi muto da una balbuzie estrema. Sogna la morte della gente, e quei sogni si avverano.

Mentre Bruto si abitua alla vita di palazzo e comincia a conoscere Gray, scopre anche il proprio valore, in primo luogo come amico e uomo, poi come amante. Ma Bruto impara anche che gli eroi, a volte, devono affrontare scelte difficili e che fare ciò che è giusto può portare nuovi pericoli.


Forse tre stelle per Bruto sono un po’ troppe (davvero non lo so… me lo sto ancora chiedendo), ma un personaggio nel finale (tale Kashta… tenete bene a mente questo nome se mai leggerete questo romanzo) mi ha fatto sganasciare con la sua visione zen della vita e mi ha fatto finire il libro con il sorriso invece che con un ringhio di frustrazione.

Ebbene sì, Bruto è un romanzo estremamente frustrante. Ha due buoni personaggi ben caratterizzati, Aric (alias Bruto) e Gray, e una buona storia, ma si perde inspiegabilmente nella narrazione. Non so se Bruto sia uno dei primi lavori dell’autrice o se il suo editor fosse ubriaco quando si è occupato di questo romanzo, ma contiene un numero spropositato di ripetizioni. Ripetizioni che non facilitano la lettura e rischiano di mandare a ramengo anche l’evoluzione dei personaggi. Esempio: Aric si crede stupido e indegno di essere amato. Bene, ma non puoi continuare a fargli ripetere la stessa solfa e nello stesso identico modo fino alla fine, soprattutto dopo che ha trovato qualcuno che lo ama. Potrà avere dei dubbi, delle incertezze, ma non pensare all’amore come se non l’avesse mai incontrato.

Oltre alle ripetizioni, poi, Bruto è anche squilibrato: ci sono molte scene di vita quotidiana di Aric narrate con dovizia di particolari e che, prese singolarmente, sono molto carine. Tuttavia, spesso non ritroviamo la stessa attenzione e approfondimento nelle scene tra lui e Gray, che, teoricamente, dovrebbero essere al centro del romanzo. Esempio: non c’è una scena di sesso narrata per esteso. Ora, non che in un romanzo d’amore debba esserci per forza la scena di sesso, ma la mia impressione leggendo Bruto è stata di mancato appagamento. Kim Fielding inizia con i preliminari e poi ci pianta lì, dicendoci che hanno arruffato le lenzuola e via. Non dà l’idea di voler accennare al sesso solo per concentrarsi sullo sviluppo emotivo della storia tra Aric e Gray (il che mi sarebbe andato bene), ma sembra proprio volerlo evitare. Incomprensibile.

Un altro aspetto fonte di perplessità è stato il mondo fantastico nel quale è ambientato il romanzo. È così poco definito che a momenti di dimenticavo che fosse un fantasy: per buona parte del romanzo ho avuto la sensazione che fosse un romance storico. È un difetto che ho ritrovato in altri romanzi di questi tipo e non mi ha infastidito più di tanto (non quanto ciò le ripetizioni e lo squilibrio, comunque).

Quello che mi è davvero piaciuto di Bruto sono i personaggi: Aric e Gray, in testa, ma anche Alys, Warin, Cearl, Aldfrid, Lord Maudit… tutti molto interessanti. Aric è il tipico gigante buono: grande e grosso, non solo è incapace di fare del male a chicchessia, ma cerca anche di porre rimedio a qualunque situazione reputi ingiusta. Gray, invece, sebbene abbia passato dodici anni in condizioni disumane, rimane un tipino tutto pepe ed è davvero tanto, tanto dolce vederlo interagire con Aric.

Alys, la cuoca, è molto materna e prende subito Aric sotto la sua ala protettrice, mentre Warin, suo fratellino, vede nel gigante buono un’occasione per vivere meravigliose avventure in città. Il taciturno, ma acuto Cearl è un esempio di come, con meno parole, Kim Fielding riesca a creare personaggi ben caratterizzati: l’ho adorato, sebbene compaia pochissimo.

Aldfrid, principe non erede al trono, è un gran cag**otto e a un certo punto, nonostante faccia tutto l’affascinante, avrei voluto strozzarlo. Per sua fortuna, si salva in corner, insieme a Lord Maudit, che forse era solo str***o…

Un ultimo accenno a Kashta: ditemi che l’autrice gli ha dedicato un libro (o che ha intenzione di farlo). Credo che nei prossimi giorni non riuscirò a sentire la parola meditazione senza sghignazzare senza ritegno. Kashta è il sacerdote che tutte le coppie dovrebbero avere: è stato così bravo da distrarmi da un finale che altrimenti mi avrebbe fatto sbottare. Zen, Baylee, zen… lo dice il sacerdote Kashta.

3 stars smaller

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