«Sperai di non diventare troppo abile nel mentire a me stesso. Era un lusso che un assassino non poteva permettersi…». Il bastardo reale sta crescendo. Fitz ormai non è più un ragazzino inesperto: gli si legge in volto il sangue del padre. È sopravvissuto alla sua prima pericolosa missione come assassino del re eppure, sofferente e amareggiato, sogna di rompere la promessa fatta a re Sagace, rimanendo nel lontano Regno delle Montagne. Ma l’amore mai dimenticato per Molly e la visione di eventi tragici lo riconducono alla corte di Castelcervo, fra i mortali intrighi della famiglia reale dei Lungavista…


Terminato questo secondo volume della Trilogia dei Lungavista, non posso che riconfermare il giudizio positivo su Robin Hobb. Questa donna ha una penna che incanta: è riuscita a creare un universo così pervasivo da far desiderare al lettore una giornata intera di lettura ininterrotta solo per potersi perdere dentro Castelcervo.

E tutto questo nonostante il filo via via sempre più spesso di inquietudine e imminente tragedia che attraversa l’intero romanzo. L’assassino di corte, infatti, è molto più cupo de L’apprendista assassino: di nuovo ci troviamo invischiati negli intrighi della corte di Castelcervo, ancora una volta così ben tessuti da tenerci incollati alle pagine fino alla fine.

Fitz-Chevalier è ancora un personaggio straordinario, a cavallo tra il ragazzo e l’uomo, tra i suoi desideri e i suoi obblighi. Nonostante il suo mestiere d’assassino e il suo ruolo di Uomo del Re, vorrebbe che tutte le persone a cui tiene o che ha imparato a rispettare stessero bene e al sicuro sia dalle Navi Rosse sia dalle macchinazioni di Regal. Purtroppo, però, la libertà d’azione di cui dispone è davvero limitata e, a dispetto di tutto il suo impegno, lo scotto che dovrà pagare alla fine sarà altissimo (e non vedo l’ora di leggere Il viaggio dell’assassino per sapere davvero quanto lo è stato… Robin Hobb è maestra anche nel lasciarci con il fiato sospeso).

Anche gli altri Lungavista non se la passano troppo bene ne L’assassino di corte (a parte Regal, ma mi auguro che prima o poi paghi il fio). Re Sagace è in rapido declino e devo dire che, nonostante tutto, me ne è dispiaciuto tantissimo. È vero, alle volte, Sagace non è un personaggio simpatico, ma aveva tanta di quella forza da suscitare comunque la mia ammirazione (e poi, ragazzi, la sua ultima affermazione nel libro mi ha stesa… ma quanto sei birichina, Hobb!).

Veritas, poi… come si fa a non voler bene a Veritas? Forse è quanto di più opposto possa esserci alla vanità e vacuità di Regal: il re-in-attesa è pronto a sacrificarsi per il suo popolo e a farlo in silenzio, quasi in sordina. Ed è proprio questo che lo frega: la sua incapacità di farsi ben volere dalla sua gente. Veritas è troppo concentrato sui problemi concreti per sentire l’esigenza di promuovere se stesso.

Perfino la sua regina-in-attesa Kettricken, in questo, è più capace di lui. Ma è straniera e l’infida corte di Castelcervo non le farà sconti. Ehi, sì, mi piace anche Kettricken: capace di cavalcare a spada sguainata contro i nemici, eppure così insicura all’interno di un ambiente che non le è congeniale (e nemmeno amico). Ancora una volta mi trovo a dover sottolineare l’abilità di Robin Hobb nel tratteggiare questo personaggio femminile. L’autrice, infatti, non cade nello stereotipo della donna forte a tutti i costi, che poi corre a nascondersi dietro qualcuno come una qualunque damigella in pericolo. Kettricken è una principessa cresciuta nell’idea di essere il Sacrificio per il suo popolo, non di essere un grazioso suppellettile: ovvio quindi che non si trovi a suo agio negli intrighi di Castelcervo, ma che, tuttavia, riesca a riscuotere successi nei teatri di guerra.

Un altro personaggio che devo assolutamente menzionare è Burrich. Burrich è quello che potremmo definire un uomo tutto d’un pezzo, uno di quelli che quando dicono una cosa vi restano coerenti fino alla morte. Almeno fino a quando il figlio bastardo del loro re-in-attesa non ha bisogno di aiuto: be’, non dirò altro per non spoilerare e vedremo come la situazione si evolverà in Il viaggio dell’assassino.

Ultimo (sì, ci sono anche Molly, Umbra, Pazienza, Trina… ma non posso mica raccontarvi tutto il libro, no?), ma non meno importante: il Matto. È un personaggio che intriga ne L’apprendista assassino e commuove ne L’assassino di corte. Il Matto è colui che, come da tradizione, può dire tutto quello che vuole: sbeffeggia i potenti, irride i loro leccapiedi e, soprattutto, punge con la verità. Il suo affetto per re Sagace (che, essendo scaltro come da nome, è consapevole dell’importanza di avere un matto al suo fianco) è davvero toccante, così come il modo in cui cerca di proteggerlo durante tutto il romanzo. L’unica definizione del Matto che mi viene in mente è quella di adulto-bambino: egli sa che ci sono eventi in moto inarrestabili, ma c’è in lui un’innocenza fanciullesca che gli fa sperare in un finale più sereno per il suo re. Più o meno la stessa speranza del lettore de L’assassino di corte mentre Robin Hobb lo strapazza ben bene…

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