Dall’Ade, dove può finalmente dire la verità senza temere la vendetta degli dèi, Penelope, moglie di Ulisse, racconta la sua storia. Figlia di una ninfa e del re di Sparta, da bambina rischia di essere affogata dal padre, turbato da una profezia. Sposa di Ulisse, subisce le angherie dei suoceri, vede scoppiare la guerra di Troia a causa della sciocca cugina Elena, e dopo anni di solitudine deve respingere l’assalto dei Proci. Al ritorno di Ulisse assiste angosciata alla vendetta che colpisce le ancelle infedeli e perciò impiccate; e la morte di quelle fanciulle che le erano amiche la perseguita anche nell’Ade. Il romanzo riscrive il mito greco attingendo a versioni diverse da quelle confluite nell’Odissea, secondo un punto di vista femminile.


È da molto tempo che volevo leggere qualcosa di Margaret Atwood e, invece di iniziare con il suo celeberrimo Il racconto dell’ancella, mi sono letta Il canto di Penelope, che vuole raccontarci la storia dell’Odissea dal punto di vista di Penelope e di dodici delle sue ancelle

Piccola premessa: quando si tratta di retelling in chiave femminile di miti greci, il mio punto di riferimento è Medea: voci di Christa Wolf, che ho adorato alla follia. Purtroppo non posso proprio dire che Il canto di Penelope regga il confronto

Infatti, se Christa Wolf mi ha spaccato il cuore con la sua Medea, Margaret Atwood mi ha appena intrattenuto per due ore con un’interpretazione in chiave matriarcale dell’Odissea. Anzi, forse sarebbe più corretto dire che mi ha interessato come lezione di antropologia, ma non come romanzo

Se Margaret Atwood era così tormentata dal pensiero delle dodici ancelle impiccate e dalle incongruenze dell’Odissea, avrebbe potuto scrivere un piccolo saggio. Da un romanzo come Il canto di Penelope, narrato per di più in prima persona, mi aspettavo uno stile più caldo e un tono più intimistico.

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