Questo di Doris Lessing (Premio Nobel per la Letteratura 2007) è un romanzo che rappresenta una sorta di ‘summa’ dei suoi temi, dei suoi problemi e delle sue suggestioni. La protagonista, Anna Wulf, non può esimersi dall’analizzare i mille motivi che costituiscono la sua vita, motivi di ordine politico, sociale e anche sessuale. Così gli spunti, i pensieri, gli eventi di cui il libro formicola, si raccolgono in quattro taccuini, di cui quello d’oro rappresenta un po’ la quintessenza: e il loro insieme dà luogo a una narrazione distesa e insieme concentrata e intesa, a una panoramica della vita di una donna intensamente partecipe del nostro tempo. E nel libro c’è un po’ di tutto: la minaccia atomica, i rifugiati politici nell’Africa Centrale, le barriere razziali, i rapporti dei genitori coi figli, spesso singolarmente conformisti e mancati suicidi, l’industria culturale, i rapporti degli uomini con gli uomini in un’atmosfera di fluttuante omosessualità, i rapporti delle donne con le donne, vagamente ambigui, e specialmente delle donne con gli uomini… e molte altre cose.


Ho incrociato (letterariamente parlando, s’intende) per la prima volta Doris Lessing nel 2007, quando io ero al liceo e lei vinceva il Nobel per la letteratura. La mia professoressa d’inglese voleva convincere la mia classe a fare non ricordo più che progetto sul suo discorso per l’accettazione del Nobel, ma, con suo grande rammarico, non ebbe successo. Tra parentesi, dovrei recuperarlo, ne ho un ottimo ricordo.

Da allora, è stata una delle autrici accantonate in un angolo della mia testa in attesa di una chance, che si è presentata quando Il taccuino d’oro ha catturato il mio sguardo in libreria ed è tornato a casa con me.

Questo è sicuramente uno dei suoi lavori più famosi, annoverato tra i migliori romanzi del Novecento e acclamato come uno dei classici della letteratura femminista, sebbene l’autrice non amasse questa definizione. “Femminista” per lei era un aggettivo troppo pregno di superficialità su donne e uomini per i suoi gusti.

Per Doris Lessing non c’era niente di semplice, nel rapporto tra uomini e donne, uno dei grandi temi de Il taccuino d’oro. Anzi, è così complesso che le sue dinamiche si perdono in intrecci inestricabili nei quali diventa impossibile stare insieme. Anna Wulf, protagonista e voce narrante de Il taccuino d’oro, ci racconta delle sue relazioni sentimentali e ci catapulta nel suo mondo, coinvolgendoci al punto nei suoi pensieri da farci provare le sue stesse sensazioni, da non lasciarci il tempo di elaborare quanto stiamo leggendo. Possiamo solo provare ciò che prova Anna e che trascrive nei suoi taccuini (quattro, caratterizzati da colori diversi, nero, rosso, giallo, blu, più il taccuino d’oro, che li riunisce tutti).

Eppure la discrepanza tra ciò che lo scrittore riporta e ciò che vive preoccupa grandemente Anna. Quello che scrive, per quanto si sforzi, è sempre un’interpretazione successiva di quanto avvenuto e non è possibile riportare esattamente un’esperienza. È una questione che la angustia: cosa può valere quello che scrivo se è tutto falsato?

Altro grande tema de Il taccuino d’oro è il rapporto tra genitori e figli, anche questo difficile e lontanissimo dai banali ti-voglio-bene-figlio e ti-voglio-bene-madre/padre. Il rapporto tra Molly, amica di Anna, con suo figlio Tommy, per esempio, presenta un lato oscuro che fa scorrere tentacoli di disagio nella nostra mente. Invece, Anna scopre in sua figlia un desiderio di normalità che, dall’alto del suo anticonformismo, gliela fa quasi compatire.

Il taccuino d’oro, però, non è solo un romanzo sui rapporti personali, ma strizza l’occhio anche alle vicende del vasto mondo, del quale Anna è intensamente partecipe, prima in Africa, dove il problema della discriminazione è tristemente presente, e poi nel Regno Unito, dove i suoi rapporti con il partito comunista si fanno sempre più difficili.

Anna guarda il mondo e ne rimane sgomenta. Vede luoghi dove ancora mancano i diritti più elementari e vede luoghi dove alcuni di questi diritti sono stati applicati. Ma quanto sono fragili questi ultimi! Cosa può la democrazia contro l’odio e la direzione oscura che l’umanità rischia di intraprendere (e forse ha già intrapreso)? Anna è terrorizzata dalla stessa idea, dalle orribili conseguenze di un’ipotetica guerra e il suo terrore diventa il nostro: un terrore che rimane unicamente intellettuale, ma ci investe con una forza devastante.

E… e ho scritto un poema senza neanche arrivare vicino a quella che è la complessità di questo romanzo, alla varietà di riflessioni che scatena nel lettore. Certo non è un romanzo facile e, quando si arriva alla fine, si ha voglia di rileggerlo perché lascia la sensazione di non averne colto il senso, di aver tralasciato dettagli cruciali che sul momento non sembravano importanti.

Anna è una donna in frantumi in cerca della sua completezza, anche se dà l’impressione di essere una donna libera e indipendente. E, in una certa misura, lo è: è economicamente indipendente ed è dotata di un vivace spirito critico. Allora perché Anna non è libera? Perché non si sente libera? È perché sente il bisogno di un uomo accanto a sé? O perché è prigioniera della sua testa? Dell’impossibilità di essere intera?

Non lo so. Non so neanche se ci sia una risposta ne Il taccuino d’oro. Quello che so è che questo romanzo continua a vorticarmi in testa anche dopo una settimana che l’ho finito. Ergo, non posso far altro che consigliarlo a chiunque abbia voglia di farsi shakerare un po’ la materia grigia.

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