Questo romanzo di Sibilla Aleramo è del 1906. La sua immediata fortuna in Italia e nei paesi in cui fu tradotto segnalò una nuova scrittrice, che in seguito avrebbe fornito altre prove di valore, segnatamente nella poesia. Ma soprattutto esso richiamò l’attenzione per il suo tema: si tratta infatti di uno dei primi libri ‘femministi’ apparsi da noi. Lo riproponiamo certi che questa narrazione rimanga una testimonianza esemplare e attualissima sulla condizione femminile.


L’attualità di questo romanzo autobiografico mette i brividi: scritto nel lontano 1906, parla della vita difficile di una donna stuprata e costretta ad un matrimonio riparatore con un uomo che non stima – e come potrebbe?

Lo stronzo, tra l’altro, si permette pure di picchiarla perché non è sottomessa come dovrebbe. Qualcuno si meraviglia che la protagonista/Aleramo abbia tentato il suicidio? E che l’unica, successiva preoccupazione del marito, della suocera e della cognata sia stata quella di evitare uno scandalo?

Confinata in un paesino pieno di bassezze e ignoranza, la protagonista/Aleramo, infatti, è totalmente isolata da qualunque sollievo o aiuto. Non che, ai tempi, la legge fosse particolarmente favorevole alle donne, come la Aleramo scoprirà suo malgrado: separatasi dal marito, infatti, sarà costretta a non vedere più suo figlio.

Non so bene cos’altro scrivere perché è stata una lettura che mi ha colpita a un livello viscerale. Dalle pagine della Aleramo ho sentito il dolore e la sofferenza di tutte le donne vittime di violenza. È un libro che mi sento di consigliare a chiunque.

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