Nel garage della nuova casa, Michael scopre qualcosa di magico: una creatura, un po’ uomo un po’ uccello, che sembra avere bisogno di aiuto. Si chiama Skellig e adora il cibo cinese e la birra scura. Non sapremo mai di preciso cos’è; c’è del mistero in questa storia, ma va bene così. L’importante per Michael, e per la sua sorellina sospesa tra la vita e la morte in ospedale, è che Skellig ci sia. Come scrive Nick Hornby, Skellig è una storia “meravigliosamente semplice ma anche terribilmente complicata… è un libro per ragazzi perché è accessibile e perché i protagonisti sono bambini, ma credetemi, è anche un libro per voi, perché è un libro per tutti, e l’autore lo sa.”


Sono ancora molto perplessa riguardo a questo romanzo. Mi è piaciuto il suo soffermarsi sull’amicizia, sulla diversità, sulla malattia e il suo aggiungere un pizzico di magia alla quotidianità.

Non mi è piaciuto per niente, invece, l’insinuare che la discendenza dell’uomo dalla scimmia sia qualcosa di disonorevole. Perché dovrebbe esserlo? Perché discendere (ipoteticamente) dagli angeli dovrebbe essere meglio? Perché forse sono più carini?

Be’, le scimmie non saranno esteriormente gradevoli come gli angeli, ma gli esseri umani sono il prodotto più alto del processo di evoluzione sulla Terra. Questo non vuol dire che siano perfetti (come lo sono gli angeli): anzi, siamo altamente imperfetti (per fortuna, aggiungerebbe Rita Levi-Montalcini, e sono d’accordo con lei). Quindi, per favore, niente scapole che sarebbero ali di angeli atrofizzate. Sto facendo la stronza e uccidendo tutta la poesia? Bah, non c’è poesia qui, solo illusione.

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