Nel regno di Upmeads, i figli del re hanno sete di avventure, e il sovrano accetta infine di lasciar partire tutti tranne il più giovane, Ralph; questi però fugge di nascosto, per dirigersi verso Wulstead. È proprio lì che apprende dell’esistenza del pozzo alla fine del mondo, dove è possibile trovare un’acqua miracolosa in grado di guarire ogni ferita, conquistare l’amore e rendere immortali. Pubblicato per la prima volta nel 1896, questo romanzo combina in sé tutte le caratteristiche che saranno proprie del genere fantasy moderno.


Se chiedete ai muri chi ha inventato il genere fantasy come lo conosciamo oggi, questi risponderanno: Tolkien! È un fatto universalmente riconosciuto, se non altro perché, nella maggior parte delle classifiche di “Migliori fantasy di tutti i tempi”, svetta Il Signore degli Anelli.

Dico questo non per scalzarlo dalla sua posizione, ma per fare una precisazione: Tolkien non ha inventato il genere fantasy. Casomai lo ha diffuso e lo ha reso un genere amatissimo. Colui che ha inventato il fantasy è il misconosciuto William Morris, poliedrico artista inglese nato nel 1834 e morto quattro anni dopo la nascita di Tolkien.

Tolkien stesso ha ammesso (e C.S. Lewis con lui) di essere stato molto influenzato dall’opera di Morris. Infatti, leggendo La Fonte ai confini del mondo si colgono numerose affinità con Il Signore degli Anelli: è stato un piacere trovarle, come rivedere un vecchio amico.

Naturalmente, il valore de La Fonte ai confini del mondo non va visto unicamente in relazione con la sua influenza sulle opere successive. È un romanzo dal sapore medievale, ma depurato di quegli elementi moralisti che lo renderebbero noioso.

Ha anche il sapore della fiaba, percepibile proprio all’inizio, quando il vecchio Re di Upmeads fa scegliere alla sorte la direzione che dovranno prendere i suoi figli. E fiabeschi sono anche i riferimenti a luoghi pieni di un’antica magia che sembra preesistente al cristianesimo e destinata a durare per sempre.

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