La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d’amore, di dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione carnale tra luoghi e figure, tra stati d’animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell’anima alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.
«La folla non si decideva ad uscire, sebbene il prete avesse finito le sue orazioni, e continuava a cantare intonando laudi sacre. Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero: era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile.»


Mi sembrava piuttosto brutto, da lettrice, non aver letto niente dell’unica donna italiana ad aver vinto il Nobel per la letteratura (1926). Quindi, alla fine, mi sono decisa a prenderlo in biblioteca: neanche io so perché ci ho impiegato così tanto tempo (in realtà lo so… aggiungo indiscriminatamente troppi libri nella lista dei desideri).

Comunque, devo dire che Grazia Deledda si è aggiudicata i miei favori e penso proprio che leggerò qualcos’altro di suo. Devo anche spezzare una lancia a favore dell’edizione Garzanti che ho sottomano: è ricca di note esplicative davvero ben fatte e interessanti su tutti gli aspetti della cultura sarda (e non solo) che potrebbero risultare oscuri.

Ho trovato anche particolarmente bella la copertina con la Libecciata di Fattori: Canne al vento, infatti, ha nel vento (visto come sorte) e nei suoi effetti sulle canne il suo tema centrale. Basta solo l’immagine che il titolo riesce ad evocare a dipingere nella nostra testa un quadro dei macchiaioli. L’ho trovata un’immagine bellissima, di grande effetto e fortemente poetica.

A metà strada, per così dire, tra il verismo e il decadentismo, Canne al vento stempera l’estremo realismo del primo con una dimensione magico-onirica propria del secondo. È allo stesso tempo un romanzo sulla situazione sarda di inizio secolo e un affresco sulla condizione umana di fronte alle avversità.

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