Un narratore “collettivo”, voce di un gruppo di coetanei maschi, rievoca a vent’anni di distanza la vicenda delle cinque sorelle Lisbon, oggetto proibito della loro adolescenza, avvolte in un’aura di mistero che la tragica fine comune – si sono tutte tolte la vita nel breve spazio di un anno – ha fissato per sempre. Nella memoria di questi antichi, tenacissimi spasimanti, esse divengono il simbolo di una possibilità remota e perduta: l’irruzione di un fremito ignoto nel mondo tranquillo, ordinario, opprimente dell’America suburbana degli anni Settanta.


Inizio a pensare di avere un problema con Jeffrey Eugenides. Come per Middlesex, infatti, non posso dire che il romanzo non mi sia piaciuto: posso solo dire che non è riuscito a far breccia nei miei sentimenti. Apprezzo molto le idee che stanno nel romanzo, ma queste non hanno smosso niente dentro di me.

Avrei voluto solidarizzare con le sorelle nella loro prigione e con i ragazzi ossessionati da loro, ma non ci sono riuscita. Salvo qualche sprazzo di interesse, dovuto alle possibili spiegazioni su quanto stava accadendo e agli effetti dei suicidi sui giovani del quartiere, la prosa di Eugenides non è riuscita a coinvolgermi.

Ho continuato a leggere con la speranza che accadesse qualcosa capace di accendere tutto il mio interesse, ma purtroppo non è accaduto. Forse l’ho letto nel periodo sbagliato; forse un giorno gli darò un’altra chance.

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