In questo romanzo della saga sulla Torre Nera ritroviamo Roland di Gilead, Eddie, Susannah e Jake intrappolati in una carrozza di Blaine il Mono, il treno teleguidato dalla stessa intelligenza malefica che ha sterminato la cittadina di Lud. L’ultimo cavaliere si salva vincendo una sfida davvero particolare… solo per ritrovarsi in un’America alternativa, spopolata da una misteriosa superinfluenza. In un mondo che “va avanti” sempre più rovinosamente, è infatti facile sconfinare in luoghi e tempi paralleli attraverso le sottilità, le insidiose porte per l’altrove via via più frequenti. Nello spiegare ai suoi compagni di avventura che cosa sia questo fenomeno, Roland è costretto a rituffarsi nel proprio lontanissimo passato e, in una notte che pare senza fine, narra la tragica storia di Susan Delgado, del loro amore immortale e di una sfera magica che pare scaturita da un’antica leggenda…


Eccomi arrivata alla fine del quarto capitolo de La Torre Nera, dove King ci racconta per lo più del passato di Roland (oltre a portare a termine quel finale leggermente in sospeso di Terre desolate).

E proprio il terzo e il quarto episodio della saga mi hanno fatto balzare in testa un’idea: il rosa sta a King come il bianco sta a Melville. Come il bianco, associato generalmente alla purezza, rende ancora più temibile Moby Dick, così il rosa, che richiama dolcezza ed effusioni, ci fa rabbrividire se a indossarlo sono Blaine il Mono e la sfera dell’Iride del Mago.

Non che la cosa mi dispiaccia particolarmente: non sono un’amante del rosa. Troppo confettoso per i miei gusti: mi fa venire in mente la Barbie (con la quale non ho mai giocato, per quanto frotte di parenti di impuntassero a regalarmene a ogni occasione).

Quindi non biasimo certo King per aver visto un che di demoniaco nel rosa. Tuttavia, i fan della cromopsicologia vedranno un nesso tra l’ostilità per il rosa e la debolezza del romance in La sfera del buio. Niente di grave, ci sono autori che darebbero il braccio destro (o almeno un rene) per poter scrivere scene così. Ma, essendo stati abituati a un certo standard da King, è difficile non notare che con gli occhi a cuoricino di Roland e Susan non se la cava come quando lancia i suoi pistoleri al galoppo contro decine di nemici.

Peccato perché il racconto di Roland sul suo passato mi è davvero piaciuto tantissimo. Ha alzato la tensione drammatica a livelli notevoli e ha convinto il lettore ad arrivare con il suo ka-tet fino alla Torre Nera.

4 stars smaller

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