Oshiro Mariko è l’unico detective donna del Dipartimento della Polizia Metropolitana di Tokyo, ed è costretta a lottare per guadagnarsi ogni grammo di rispetto. Decisa a investigare sul narcotraffico della yakuza, si trova invece assegnata a un caso che sembra il meno promettente della sua carriera: il tentato furto di un’antica spada.
Il proprietario della spada, il professor Yamada Yasuo, sostiene che sia stata forgiata dal leggendario maestro Inazuma: le sue lame, secondo alcuni, possiedono qualità magiche e hanno il potere di incidere sul destino di chi le impugna. La detective non ha nessuna intenzione di crederci, ma il suo scetticismo avrà vita breve. Le sue investigazioni la faranno precipitare nelle maglie di una maledizione che dura da secoli e che, ora più che mai, reclama sangue. Mariko sarà l’ultima di una lunga serie di guerrieri a scontrarsi con questo potere demoniaco, e perfino la spada che imparerà a maneggiare potrebbe rivoltarsi contro di lei…


Se siete in cerca di qualcosa di particolare, questo romanzo potrebbe fare al caso vostro. Certo, Steve Bein è un esordiente e non è esente da difetti più o meno grandi, ma nel complesso La figlia della spada è stata una lettura gradevole.

Il romanzo è incentrato su tre spade leggendarie che hanno il potere di cambiare il destino di chi le possiede. Ci troviamo in Giappone e, sebbene il filone principale sia ambientato nel 2010, Bein sceglie di raccontarci anche tre momenti significativi nella storia delle tre spade, dividendo il romanzo in più parti.

Riguardo alle parti storiche, non so dire se siano accurate o meno, dato che la mia conoscenza del Giappone è piuttosto limitata, ma devo dire che le storie dei fratelli Okuma e di Kiyama Keiji mi hanno colpita molto. Al di là della coerenza storica (alla quale, per sua stessa ammissione, l’autore ha dedicato molta attenzione), l’ho trovate ben fatte e coinvolgenti.

Il filone principale, che ha come protagonista Mariko, una giovane detective, l’ho trovato più scricchiolante. Credo che la colpa vada per lo più attribuita proprio alla caratterizzazione della protagonista e alla parte delle sue indagini. Bein, studiando filosofia, si trova più a suo agio con i personaggi saggi, che esprimono i loro pensieri tramite massime o allegorie. Avete presente l’Imperatore in Mulan? Davanti alle minacce del capo degli Unni, risponde: ”Per quanto il vento soffi forte, una montagna non può inchinarsi ad esso.”. Ecco, Bein sguazza a suo agio con questo tipo di personaggio e colpisce favorevolmente il lettore. La caratterizzazione di Mariko non appare altrettanto efficace: mi è sembrata forzata nel suo ruolo, poco spontanea e naturale.

Anche il giallo scricchiola. Non ci sono grandi colpi di scena, nessun depistaggio che possa ingannare un lettore. Tutto fila liscio così come lo si può facilmente intuire dalle prime pagine. Anche quando l’autore inserisce una rivelazione, questa è così logica e razionale da non riuscire a stupire. Un po’ come scrivere: se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C. Alla fine nessuno si sorprende della tesi, visto che questa segue semplicemente dalle ipotesi.

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