Questo romanzo narra di un ritorno agli anni dell’infanzia, quando il giovane Truman, orfano di madre, viene affidato a due zitelle, Verena e Dolly Talbo, che vivono in un piccolo paese del Sud degli Stati Uniti. “Senti?”, gli dice Dolly in una bella giornata di settembre, nel bosco, “è l’arpa d’erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra”. Tocca al piccolo Truman raccogliere per noi la voce dell’arpa d’erba, tra realtà e sogni infantili, pettegolezzi e crudeltà di paese, grandi amori e accecanti passioni, in uno sguardo commosso verso il passato e pieno di speranze nel futuro.


Il romanzo, che è quasi una storia breve, ha inizio con un’immagine fortemente evocativa: il vento, frusciando sull’erba, racconta le storie di coloro che furono e, una volta morti, racconterà le storie di tutti quanti. L’arpa d’erba.

Una volta preso avvio, però, il romanzo non mi ha trasmesso quelle emozioni che mi aspettavo da un libro di Capote. Certo, è impossibile non rimanere affascinati dai personaggi che riesce a tinteggiare, dalla dolce e innocente Dolly alla concreta e rigida Verena; dall’irrequieto e inflessibile Riley alla stravagante e fedele Catherine. Ma ho davvero sentito la mancanza di coinvolgimento nelle vicende narrate e neanche gli eventi più drammatici sono riusciti a smuovermi.

Leggere L’arpa d’erba è stato come aspettarsi continuamente il guizzo che me l’avrebbe fatto amare e, quando questo arrivava, perderlo subito tra le parole successive.

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