La giovane torinese Laila Volpe incontra Evindi Mott, alla lezione di antropologia culturale del professore Debrossac. L’incontro in apparenza casuale era in realtà voluto dal ragazzo africano nel quadro di una sua prova di iniziazione, nella società dei suonatori di Mvett. Ma dopo averlo sorpreso in flagrante, il professore Debrossac lo convincerà ad aiutarlo per ritrovare sua figlia scomparsa misteriosamente in Torino. Evindi Mott accantonerà successivamente i suoi primi progetti per Laila e, insieme al professore,aiuterà la ragazza a dare un taglio ai suoi incubi ricorrenti. In questo contesto,Laila conoscerà l’esistenza delle “monete del fato” e imparerà che la sfortuna non è nient’altro che il risultato di un’attenta manipolazione di certe entità, da parte di coloro che hanno la conoscenza di alcune leggi della natura. L’acquisizione di questa conoscenza da parte di Laila, scatenerà l’ira di coloro che tenevano un cospicuo traffico delle sue capacità intellettuali e delle sue chance.


Da dove cominciare a dire quanto questo romanzo sia mal scritto e confusionario?

La parte fantasy. L’idea iniziale – pescare nelle credenze africane – era buona e originale. Il problema è la mancanza di organicità. Non si capisce come funzioni esattamente questo mondo magico e le spiegazioni spesso aggiungono confusione a confusione. Certo, la normalità con la quale Laila Volpe – protagonista e ignara cittadina – accetta la magia non aiuta, anzi: induce il lettore a pensare che abbia qualche serio problema.

I personaggi. Non hanno un straccio di caratterizzazione. Non hanno una loro evoluzione. Niente. Basta pensare al rapporto tra i due protagonisti: una pagina non si conoscono, una pagina dopo si frequentano; una pagina si mettono insieme, quella dopo vanno a letto insieme. Succede così in fretta che non sembra neanche che stiano insieme. Sembrano più due tr***amici…

Laila Volpe e Evindi Mott sono due protagonisti odiosi. Entrambi convinti di essere al mondo per avere da svolgere una missione superiore, trattano gli altri come un branco di cretini (o “poveri cristi” se sono prigionieri da mesi e sono sfiniti… grazie tante, Evindi Mott, meno male sei arrivato tu!).

L’italiano. Questa è certamente la parte più sconvolgente del romanzo. Iniziamo dalle descrizioni degli ambienti: sono così pedanti che, mentre leggevo, nella mia mente c’era la sigla di Super Quark. Sembrano copiate direttamente da qualche volantino di un’agenzia viaggi.

Vogliamo poi parlare del sapiente uso dei modi verbali?

Era ben decisa a tenerla rinchiusa lì finché non avrebbe trovato una soluzione per liberare Mott.

Oppure vogliamo parlare della “puntesclamativite”? Man Ekang non riesce a scrivere un dialogo senza infarcirlo di punti esclamativi. La sua ossessione è così grave da dare vita a dialoghi grotteschi che il lettore non riesce a prendere sul serio nemmeno tappandosi il naso.

Man Ekang soffre anche di “ricerca spasmodica di termini ricercati da usare a sproposito”. E questo, come ho già scritto in altre recensioni, dà la brutta impressione che chi scrive non sappia farlo. Alle volte si ottiene solo di non far capire al lettore ciò che si vuole dire.

La bocca pendente aperta per lo stupore, la ragazza rimase impalata, a palpeggiare con le mani lo spazio vuoto lasciato da Mott.

Come si fa a palpeggiare l’aria? C’è stato un brinamento senza che ce ne accorgessimo?

Ma l’acme lo abbiamo nel rapporto tra Laila e Evindi Mott. Volete sapere come si baciano loro due? Con la foga di due felini. Avete presente, no? I felini sono celeberrimi per i loro baci appassionati.

Per non parlare poi del loro primo rapporto sessuale (a poche righe di distanza dal bacio “alla felina”): Visto dall’esterno, si poteva pensare che si stesse tramando la storia della nascita dei mondi, talmente i movimenti erano frenetici: bisognava saziare quella sete d’unione che si era impossessata di loro, dal primo giorno del loro incontro. Fu una lunga chiacchierata tra due corpi che non facevano altro, se non tradurre il linguaggio delle emozioni. E il tutto si stava svolgendo nel modo migliore in cui si poteva… soddisfare gli equilibri della natura! Credo che, prima di questa sottospecie di sviolinata, sia meglio scrivere “scoparono”. Prima mi fa alzare gli occhi al cielo scomodando il Big Bang, poi questi due corpi si fanno due chiacchiere: proprio una passione travolgente.

Come se non bastasse, abbiamo anche diversi esempi di uso scorretto del povero avverbio “affatto”. Dico povero perché un crescente numero di persone è convinto che “affatto” significhi “no”. Purtroppo per loro, “affatto” significa “del tutto, interamente”. Ergo, quando a una domanda si risponde: “Affatto!”, stiamo dicendo: “Sì!”. Pensate che siano quisquilie? Non direi, se poi il lettore deve scervellarsi per capire se è stato usato correttamente oppure no.

La mia unica consolazione è stata aver preso l’ebook quando era gratis su Amazon.

1 star

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