Si capisce che per Chiara l’esperienza più alta è quella che sintetizza lo stare e il partire: l’esperienza del ritornare. Perché nel ritorno la noia e la stagnazione del cerchio ristretto del paese sono vivificati da un allargamento di orizzonti che solo lo strumento del racconto può apportare. Si racconta quanto si è vissuto, è uno dei fondamenti su cui poggia la narrativa di Chiara. ma si vive e vale la pena di vivere anche perché si può raccontare: è questa la “moralità” che “Il cappotto di astrakan” da ultimo suggerisce.
Luigi Surdich – Il Secolo XIX
“Il cappotto di astrakan”, il nuovo romanzo di Piero Chiara ci sembra tra le sue cose più felici. Si torna ai primi successi, “Il piatto piange” e “La spartizione” dove la compattezza della vicenda si univa a una forte e umorosa tensione, dando vita a una “tranches” di raro spicco.
Claudio Marabini – Il Resto del Carlino


Sono approdata a Piero Chiara partendo da Andrea Vitali, cioè facendo esattamente il percorso contrario, dato che il primo è “maestro” del secondo. In ogni caso, sono felice di averlo fatto!

Appare, infatti, fin da subito evidente perché Chiara sia il maestro di Vitali – e non solo per un fatto temporale: Chiara ha la stoffa del grande narratore e la sua prosa è decisamente più ricca e densa di significati di quella di Vitali. Quest’ultimo alla fine ci presenta una serie di personaggi che sono delle macchiette e il lettore non riesce mai a prenderli veramente sul serio. Chiara, invece, intesse sì ironia nel suo romanzo, ma riesce a intrecciarci insieme una malinconia che dà ampio respiro alla sua storia. Sì, è vero, si parla di un giovane di provincia che parte per Parigi in cerca di avventure (per poter fare poi lo splendido con gli amici del bar), ma le sue vicende diventano paradigma di una condizione umana.

Meraviglioso è il modo in cui l’autore riesce a tinteggiare i personaggi: poche pennellate e il lettore viene catapultato nelle vicende, nelle quali niente è lasciato al caso (gatto compreso).

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