Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.


Penso che John Green dovrebbe prendere seriamente in considerazione l’idea di diventare un aforista di professione. Non credo che lo farà, dato il consenso quasi universale dei suoi romanzi (e tutti i bei soldini sonanti che ne saranno derivati), ma la vendita di certi cioccolatini ne avrebbe tratto grande giovamento.

Colpa delle stelle non mi è piaciuto. Avevo già preparato i fazzoletti per piangere amaramente sulle ingiustizie della vita, ma sono rimasti inutilizzati. Almeno sarò pronta per il prossimo raffreddore.

Il fatto è che detesto i romanzi scritti a colpi di aforismi. Trovo inutile piazzare un bella frase a effetto in un mare di nulla: annega. Ecco quello che mi è successo leggendo Colpa delle stelle: mi sono ritrovata una specie di esercizio di stile. “Vediamo quante frasi a effetto riesco a piazzare in un solo romanzo”. Hai vinto il primo premio, Green.

Capisco che per rendere universale il messaggio che vuole trasmettere principalmente a un pubblico adolescente un autore calchi un po’ la mano, facendo dire ai suoi personaggi le parole giuste al momento giusto. Posso capire anche una certa leggerezza nella caratterizzazione dei personaggi per gli stessi motivi. Ma un tema così importante, così doloroso, ha bisogno di una prosa potente, una di quelle prose che straziano il lettore e lo lasciano farfugliante in un turbinio di emozioni.

Green, invece, ha scritto un romanzo troppo letterario per poter avere un effetto devastante sulla mia sensibilità. Datemi della stronza cinica, del cuore di pietra e via dicendo, ma, mentre leggevo, mi sembrava quasi di veder lavorare gli ingranaggi nella mente di Green, affinché il romanzo assumesse la sua forma finale. La qual cosa non ha fatto che rafforzare in me la sensazione di avere tra le mani un freddo e calcolato sfoggio di abilità da aforista.

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