Siamo nel 1683, due anni prima degli eventi narrati nel romanzo “Tortuga”. Il cavaliere Michel de Grammont, ultimo leggendario capo dei Fratelli della Costa che infestano il mar dei Caraibi, propone ai compagni un’idea folle: conquistare e saccheggiare Veracruz, la città più importante della Nuova Spagna, giudicata imprendibile. Un’impresa condannata anche da quella corona di Francia di cui i pirati si dicono gli agenti, che ha firmato con gli spagnoli un effimero trattato di pace. Prende il largo dall’isola di Roatàn la flotta più imponente che abbia solcato le acque centroamericane. Uomini spericolati, cinici, rotti a ogni crudeltà. Se esiste un ideale, è di arricchirsi in fretta e sperperare tutto nei pochi anni di vita che rimangono. Un quadro dei Fratelli della Costa al tempo stesso crudamente realistico e oggettivamente pittoresco, ma documentato con serietà. Quasi l’antitesi del romanticismo salgariano, e dell’abbondante saggistica che ha letto l’epopea dei pirati della Tortuga in chiave di rivolta libertaria. Lo sfondo ambientale sono isolette suggestive, mari cristallini, sabbie bianchissime, città costiere protette da banchi di corallo. Chi ha detto che l’inferno abbia colori cupi?


Secondo volume de Il Ciclo dei Pirati, ma in realtà prequel di Tortuga, Veracruz rimane sullo stesso livello del suo precedente: si legge in un soffio, ma non è che rimanga granché.

Come ho già detto per Tortuga, avrei preferito più azione e meno riflessioni filosofiche sulla natura umana: anche questa volta, mi sono sembrate quasi superflue. Credo inoltre che Evangelisti dovrebbe imparare a dosare meglio le informazioni: dubito che, rivoltagli una domanda, un pirata fuorilegge e probabilmente analfabeta diventi una specie di professore e si metta a descrivere, raccontare e spiegare con tanta perizia.

Altro elemento di perplessità è stata doña Gabriela che, nel suo rapporto con Macary, il pirata protagonista, ricorda quello tra Rogério e la schiava in Tortuga, sebbene le due vicende si rivelino diverse.

Ancora una volta manca una caratterizzazione convincente dei personaggi e ribadisco che è un peccato: un capitano matto come Lorencillo ne avrebbe tratto grande giovamento, dato che, anche così, è un tipo che rimane facilmente nella mente del lettore (molto più di De Grammont, per quanto mi riguarda).

Alla fin fine, però, il libro è scorrevole e intrattiene: non mi sono mai annoiata durante la lettura e quindi il romanzo è promosso. Da leggere senza troppe pretese e quando si è in cerca di qualcosa di leggero.

3 stars smaller

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