Quando Martin Sixsmith, noto giornalista in cerca di nuova occupazione, accetta di incontrare quella donna sconosciuta, non ha molte aspettative. Ma poi, la donna lo invita a indagare sul segreto che, dopo un riserbo di quasi cinquant’anni, la madre Philomena le ha svelato, e il suo istinto da giornalista non sa tirarsi indietro. Philomena è poco più che una ragazzina quando rimane incinta. è giovane e ingenua, senza cognizione dei fatti della vita e la società irlandese del 1952 la considera ormai una “donna perduta”. Rinchiusa in un convento, poco dopo darà alla luce Anthony. Per tre anni si occupa di lui tra quelle mura, fino a quando le suore non glielo portano via per darlo in adozione, dietro compenso, a una facoltosa famiglia americana, come accadeva in quegli anni a migliaia di altri figli del peccato. Non c’è stato giorno da allora in cui Philomena non abbia pensato al suo bambino, senza mai abbandonare il sogno di ritrovarlo, e cercando in segreto di rintracciarlo. E senza immaginare che, dall’altra parte dell’oceano, anche suo figlio la sta cercando. Nella sua ricerca, Martin porterà alla luce segreti, ipocrisie e soprusi occultati per anni e annoderà le fila di due anime separate alla nascita e spinte l’una verso l’altra da una sete d’amore inesauribile. Dal libro è tratto il film Philomena di Stephen Frears.


Il trailer del film mi ispirava tantissimo, ma confesso di aver mancato di vederlo tra una cosa e l’altra. Quando ho scoperto che esisteva anche un libro, mi ci sono fiondata sopra senza esitazioni.

Ho avuto quasi subito un piccolo shock. Dal titolo italiano (e dal trailer del film), mi aspettavo la storia di lei e della sua ricerca del figlio. Invece, è per lo più la storia della vita del figlio (e infatti il titolo originale, molto più calzante, è The Lost Child of Philomena Lee).

Detto questo, non so bene da dove iniziare per descrivere quanto questo libro abbia fatto a pezzi il mio cuore. E questo a dispetto di alcune licenze poetiche che l’autore si è preso nel raccontare i fatti (e che, ne sono consapevole, fanno solo scena): ho alzato gli occhi al cielo, ma il mio naso è rimasto sprofondato nella lettura. E anche a dispetto del fatto che alcune parti sono davvero lente.

Il punto è che la storia è così forte da non fermarsi neanche davanti alle mancanze dell’autore. Continuo a pensarci anche se sono passati molti giorni da quando l’ho finito, e non è qualcosa che mi capiti spesso.

Potrei parlarvi della crudeltà di quelle suore, di quelle parole orribili che nessuna donna dovrebbe mai, mai, mai sentirsi dire. Tutto quello sventolare il peccato per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio per costringere quelle poverette a diventare una miniera d’oro per il convento mi ha fatto venire da vomitare. Vendere bambini strappati alle madri solo per far soldi, senza curarsi minimamente dell’idoneità delle famiglie adottanti è criminale.

Quanto tutto questo sia stato terribile lo vediamo nel non rassegnarsi di Philomena, nel voler sapere dov’è suo figlio, se sta bene. E lo vediamo anche nel figlio, nella sua convinzione che sua madre lo stia cercando, nel suo bisogno di sapere la verità su di sé e sulle sue radici.

Non vi dirò di più. Vi consiglio soltanto di leggerlo e amarne la storia (cercando di lasciare da parte le capacità dell’autore). E’ davvero una storia che merita di essere letta.

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