Un mondo invaso da una forza oscura e innaturale. Una Roccaforte nanica che si è trasformata in una prigione per gli elfi e un rifugio per gli umani. Cosa potrebbe succedere se il cacciatore e la sua preda potessero discutere sul senso della storia?
Possiamo accettare che gli elfi siano i “buoni” e i vampiri i “cattivi”, per forza di cose, per la loro “natura”? E i nani e gli umani che parte devono recitare? Quanto è determinato dagli Dei, quanto dal Caso e quando dalla Libertà? E l’amore è per forza ricambiato, puro, innocente?
Un libro fuori dagli schemi, un viaggio in una creazione fantasy originale che è un viaggio all’interno delle profondità della nostra anima.


Questo romanzo è il classico esempio di come non sia sufficiente una storia per scrivere un (buon) libro. Il punto di partenza di ogni scrittore dovrebbe essere la perfetta padronanza della lingua italiana.

Punto primo: il lessico. Scrivere un buon libro non significa riempirlo di paroloni altisonanti e inusuali. Non è una gara a chi conosce più parole rare e, a meno che non siate davvero molto bravi, vi sconsiglio fortemente il linguaggio aulico. Probabilmente l’unico risultato che otterrete sarà l’ilarità.

Avendo a disposizione secoli di esperienza un elfo tipico raggiungeva una saggezza e un sapere quasi puri, riusciva a guardare al di là della realtà contingente in continuo mutamento e del processo storico […].
Gli umani invece erano pratici: le loro conoscenze erano tutte volte a migliorare la qualità della loro vita presente e materiale, non avevano il tempo di meditare sulle trascendenze presi dal lavoro e dall’incalzare della morte in ogni loro respiro.

Tutto molto bello, per carità, ma la domanda che sorge spontanea è: ma gli elfi non mangiano? Si nutrono di trascendenza? Tutto questo disprezzo aulico verso la materialità e la contingenza non regge: è troppo infantile per essere associato a degli essere così pieni di saggezza.

Punto secondo: la sintassi. I discorsi devono essere comprensibili. Non basta che il lettore arrivi alla comprensione di ciò che legge a senso, perché, dopo aver riletto varie volte una proposizione, si rassegna a pensare: “Mah, vorrà dire questo”. La punteggiatura e la consecutio temporum, tanto per dirne due, hanno regole che vanno rispettate o il lettore farà fatica a capire.

Punto terzo: luoghi comuni. È un fantasy, ambientato in un mondo fantastico. Un personaggio non può pensare alla frase dare le perle ai porci senza farci storcere il naso. Sarebbe come piazzare un treno a vapore in un romanzo storico ambientato nel Cinquecento. Non è una stupida sottigliezza: creare un mondo fantastico implica anche adattare il nostro modo di pensare, i nostri luoghi comuni, anche i nostri proverbi a quel mondo.

Punto quarto: la trama e i personaggi. La trama potrebbe essere interessante, ma è davvero lasciata a se stessa. Per esempio, c’è una malattia, il Morbo, che stermina gli elfi facendoli letteralmente a pezzi. Terribile, certo, ma la descrizione è degna del peggior film splatter. A un certo punto della malattia gli elfi perdono pezzi: prima una gamba, poi l’altra. Poi un braccio, poi l’altro. Alla fine, thund, cade loro la testa e muoiono. Ragazzi, non c’è stato dramma che tenesse, quando l’ho letto sono scoppiata a ridere.

I personaggi non sono inquadrabili, non si riesce a entrare in sintonia con loro, non hanno un’evoluzione durante le vicende. Esistono e vanno avanti nella loro storia, senza forza e senza sentimento.

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