A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un’antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all’interno dell’amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo.
J.K. Rowling firma un romanzo forte e disarmante sulla società contemporanea, una commedia aspra e commovente sulla nozione di impegno e responsabilità. In questo libro di conflitti generazionali e riscatti le trame si intrecciano in modo magistrale e i personaggi rimangono impressi come un marchio a fuoco. Farà arrabbiare, farà piangere, farà ridere, ma non si potrà distoglierne lo sguardo, perché Pagford, con tutte le sue contraddizioni e le sue bassezze, è una realtà così vicina, così conosciuta, da non lasciare nessuno indifferente.


Cara Rowling, era un bel po’ di tempo che non ci “incontravamo”. Da quel lontano 2008, quando uscì in Italia Harry Potter e i doni della morte, ultimo volume della serie che aveva accompagnato la mia adolescenza. Inutile dire quanto abbia adorato Harry Potter e quanto fossi titubante all’idea di leggere qualcos’altro della Rowling.

Infatti, il denominatore comune delle molte recensioni che ho letto per preparami alla lettura de Il seggio vacante sembrava rimarcare l’assoluta diversità delle due opere. Mi sono quindi accostata a Il seggio vacante mettendo da parte Harry Potter e facendo finta che l’autrice non fosse la Rowling.

Di conseguenza, potete immaginare la mia sorpresa quando mi sono resa conto che in realtà tutta questa differenza non sussisteva. Pur nella differenza di genere, a me è parso evidente che Il seggio vacante fosse figlio di Harry Potter.

Come avrete sentito dire o letto dalla trama, Il seggio vacante parla delle ipocrisie e degli odi celati da sorrisi smaglianti e pacche sulla spalla in una cittadina inglese, Pagford. Non si salva davvero nessuno: né genitori, né figli; né ricchi, né poveri; né carnefici, né vittime. Sono tutti pronti a tramare l’uno contro l’altro per il proprio tornaconto, che sia per una posizione di potere o per mera vendetta.

E in mezzo in tutto questo degrado, non ho potuto fare a meno di pensare ai Dursley, gli zii di Harry Potter, i peggiori babbani che si possano incontrare (a detta di Hagrid, citazione a memoria da Harry Potter e la pietra filosofale). Leggendo Il seggio vacante non riuscivo a fare a meno di pensare che i Dursley – sempre a spiare i vicini, pontificare sulla degradazione altrui e a voler primeggiare sugli altri – a Pagford sarebbero nel loro ambiente.

Nel loro arrivismo e nel loro egoismo, i pagfordiani hanno perso una visione a lungo raggio. Hanno perso immaginazione e speranza. Hanno perso tutto quello che li renderebbe persone migliori e più felici e nella loro cecità sono determinati a far sì che nessuno si affranchi da questa situazione. E la possibilità che qualcosa cambi li atterrisce perché li costringerebbe a riconoscere e a far conoscere agli altri la loro meschinità e la loro falsità. Esattamente quello che accade ai Dursley durante la serie di Harry Potter.

Quindi non posso che ringraziare la Rowling per avermi dato un altro assaggio di Harry Potter e allo stesso tempo di aver creato un romanzo stupendo nel quale è facile riconoscere bassezze fin troppo vicine a noi tutti. Così vicine da essere parte di noi, della nostra parte peggiore: è sempre bene tenerlo presente per evitare di diventare dei pagfordiani qualunque.

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