Che cosa mette un poeta nei suoi taccuini? Se quel poeta è Charles Simic, il lettore immagina già la risposta: scene e frammenti che transitano fra realtà e sogno, oggetti enigmatici (orologi, specchi), ricordi del presente e premonizioni del passato, appunti di uno sguardo suo malgrado insonne. Ma queste schegge raccolte nell’officina poe­tica offrono qualcosa di più di un’occhiata nel backstage della creazione letteraria: Simic, cui la forma oscillante tra l’aforisma e la prosa breve sembra particolarmente congeniale, siede a giudicare se stesso e il mondo. Ed è un giudice-poeta chiaroveggente e bizzoso, repentino negli scatti d’ira e nelle smanie d’amore, che crede «nella irrimediabile e caotica mescolanza di ogni cosa», e usa «il caso come attrezzo per demolire le nostre associazioni abituali». Ora striglia i politici guerrafondai e gli intellettuali loro complici, ora racconta con macabra ironia vecchie storie dei Balcani (quel luogo d’Europa la cui economia si regge sulle «fabbriche di orfani e gli allevamenti di capri espiatori»). Stralunato e lubrico, «avanzo di galera … di tutti i Paradisi terrestri», non cessa di meravigliarsi della stupidità umana, ingrediente segreto della storia, ma anche dell’«enciclopedia di archetipi» celata in ciascun oggetto. Ad ogni pagina, guizzi fulminei e collegamenti interrotti: «una melodia allegra suonata con malinconia», un’immagine sfocata di sé colta di sfuggita in uno specchio egizio, qualcosa «a metà fra l’infinito e lo starnuto», un «saporito stufato casalingo di angelo e bestia».


Curiosando tra i nuovi arrivi in biblioteca, la mia attenzione è stata catalizzata da questo libretto di 150 pagine scarse. Sono rimasta colpita dal titolo: Il mostro ama il suo labirinto. Mi è subito venuto in mente il Minotauro, che, rinchiuso nel Labirinto perché Minosse si vergognava di lui, si suppone odiasse la sua prigione. Invece, Simic ci dice che lo ama: una sorta di Sindrome di Stoccolma dei luoghi. Forse il Minotauro è grato a Minosse per averlo nascosto dalle pubbliche manifestazioni di orrore nei suoi confronti. O forse è solo felice di poter svolgere il suo ruolo di mostro con l’approvazione del re.

Comunque sia, Il mostro ama il suo labirinto è un taccuino, un insieme di pensieri sparsi del poeta. Si va dai suoi ricordi personali a pensieri fulminei (e poco lusinghieri) su politici e intellettuali. A Simic piace stravolgere il modo comune di vedere le cose (e qui ricorda un po’ Il dizionario del diavolo di Ambrose Bierce) e spesso ci ricorda la bellezza della corporeità e della carnalità che la religione e il cosiddetto amore puro amano demonizzare e svilire in virtù della presunta superiorità dell’anima e degli alti sentimenti.

”Ti fanno male” mi dicono i miei amici. Come se fra me e l’immortalità si frapponessero soltanto un paio di salcicce.

Non dimentichiamoci che anche Romeo e Giulietta ogni tanto scoreggiavano e si grattavano il culo.

La bellezza di un attimo fuggente è eterna.

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