Violentata dall’uomo che credeva essere suo padre, privata dei due figli, sposata a un uomo che odia, Celie, una giovane donna di colore, viene separata anche dall’amata sorella Nattie, che finirà missionaria in Africa. Per trent’anni Nettie scriverà a Celie lettere che questa non riceverà mai, mentre Celie, oppressa dalla vergogna della sua condizione, riesce a scrivere solo a Dio. Sarà l’amante del marito, una affascinante cantante di blues, a cambiare il colore della sua vita, insegnandole a ridere, giocare, amare.


I temi portanti di questo romanzo sono due: la violenza e l’ignoranza, esposti con l’ingenuità di due sorelle che lentamente e a fatica trovano la loro strada.

Ciò che ho apprezzato maggiormente è stata la volontà dell’autrice di mostrare la forza che c’è in una vittima e la debolezza e meschinità che stanno dietro alla violenza. E soprattutto: vittima e carnefice non sono ruoli scolpiti nella pietra e possono cambiare. Attenzione, cambiare, non scambiarsi. La vittima può imparare il coraggio di non subire la vita; il carnefice può imparare a prendersi le proprie responsabilità, fallimenti e fragilità incluse.

L’unico modo per riuscirci sembra essere la sconfitta dell’ignoranza, non solo del sapere, ma anche della consapevolezza di sé e del proprio valore. Celie pensa di essere niente finché non arriva Shug che le insegna ad apprezzare il suo essere donna, l’amore, la vita, la bellezza del mondo.

Vuoi farmi credere che Dio ti ama anche se non hai mai fatto niente per lui? Voglio dire, anche se non sei mai andata in chiesa, non hai mai cantato nel coro, non hai mai portato da mangiare al pastore e roba del genere?
Ma se Dio mi ama, Celie, non devo mica fare tutte queste cose. A meno che ne abbia voglia. C’è un sacco di altre cose che faccio che piacciono a Dio, ne sono sicura.
E cosa per esempio? chiedo io.
Oh, dice lei. Starmene tranquilla ad ammirare qualcosa. Esser felice. Divertirmi.

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