Tra un saggio scolastico su Kerouac, una canzone degli Smiths e una citazione del Rocky Horror Picture Show, scorrono i giorni di un adolescente per nulla ordinario. L’ingresso nelle scuole superiori lo lancia in un turbine di prime volte: la prima festa, la prima rissa, la prima cotta… e via salendo nella scala dell’adrenalina. E Charlie, più portato alla riflessione che all’azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico. Dotato di un’innata gentilezza d’animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti. Peccato che il segreto più grande sia nascosto proprio dentro di lui…


Un grande buco nero: questo è quello che mi ha lasciato questo romanzo. Nessuna emozione, nessuna riflessione, nessun “oh-cavolo-che-finale”.

Charlie, il protagonista, mi ha fatto dubitare più di una volta che avesse quindici anni (tanto che ad un certo punto ho dubitato di aver capito bene quale fosse la sua età e sono tornata indietro). Capisco l’ingenuità da primo anno di superiori, ma questo sembra uscito direttamente da un’isola deserta, senza aver avuto contatti con gli esseri umani per molti, molti anni.

Altro elemento di perplessità è stato il massiccio ricorso ai riferimenti a libri, canzoni e film. So che nell’adolescenza rivestono un ruolo preminente (e così è stato anche per me), ma ogni film, ogni canzone, ogni libro sembrava messo lì per fare scena, per dimostrare al lettore che Charlie è un ragazzo speciale, sensibile, eccetera. Nessuno di questi riferimenti è stato capace si amalgamarsi con la storia o anche solo suscitarmi una riflessione: Charlie ama quel/quella film/canzone/romanzo e la cosa finisce lì. Che dire: buon per lui!

Il romanzo si presenta come una serie di lettere inviate a un ragazzo che Charlie personalmente non conosce. L’idea sarebbe stata buona se i pensieri di Charlie avessero avuto più forza, più incisività. Non sono mai riuscita a vederlo come un ragazzo traumatizzato: mi è sembrato più un marmocchio lacrimoso.

Di tutte questa superficialità, ne risentono anche i vari temi trattati – ma sarebbe più corretto dire “accennati”. Droga, omosessualità, prime esperienze… Charlie ci si imbatte e ci racconta: è successo questo e io ho fatto così (o non sapevo cosa fare, dipende dai momenti). Punto. Pare che poco o niente di quello che fa/gli accade susciti in lui più di una riflessione veloce.

Tutto questo rende alla fine il romanzo più simile a una cronaca asettica che a un romanzo epistolare ed è un peccato perché con il giusto spessore avrebbe potuto essere un gran bel libro.

2 stars smaller

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