Scritto nel 1795, questo progetto etico-giuridico di Kant recepisce tutte le sollecitazioni di uno scenario politico internazionale in radicale mutamento e le rielabora in una riflessione molto avanzata. Al centro di essa c’è l’ideale della pace e la ricerca delle sue condizioni di possibilità.
La Rivoluzione americana, con il suo esito federalistico, e la Rivoluzione francese, con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, aprono nuove prospettive sul terreno della moralità, del diritto e della storia. E all’ordinamento repubblicano dello Stato, al debole diritto delle genti, Kant avverte la necessità di affiancare nuovi, più elevati istituti giuridici in grado di unire i popoli e abolire la guerra.


La libertà, considerata innata, inscindibilmente legata all’umanità dell’uomo, e inalienabile – proprio come entro le Dichiarazioni rivoluzionarie (americana e francese) dei diritti che precedono i singoli dettati costituzionali –, è definita qui «facoltà di non obbedire ad altra legge se non a quella a cui avrei potuto dare il mio consenso».

E’ incredibile vedere come gli Stati siano andati nella direzione auspicata nel 1795 da Kant. Siamo ancora molto lontani dalla pace perpetua (e mondiale), ma sembra proprio che il processo sia in corso d’opera. Al tempo di Kant, l’Unione Europea o le Nazioni Unite erano un miraggio, mentre oggi sono realtà quotidiana. Quanto efficaci è ancora da vedere, ma Kant stesso affermava che la pace perpetua era un ideale al quale bisognava sforzarsi di avvicinarsi il più possibile.

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