Margaret non sa perché Elspeth, sua madre, si sia sempre rifiutata di rispondere a qualsiasi domanda sul suo passato, limitandosi a mormorare: «Il primo volume della mia vita è esaurito», mentre gli occhi le si velavano di malinconia.
Eppure adesso quel passato ha preso la forma di una lettera ingiallita, l’unica che Elspeth ha lasciato alla figlia prima di andarsene da casa, così, improvvisamente, senza neppure una parola d’addio.
Una lettera che è l’appassionata dichiarazione d’amore di uno studente americano, David, a una donna di nome Sue. Una lettera che diventa, per Margaret, una sfida e una speranza: attraverso di essa, riuscirà infine a svelare i segreti della vita di sua madre e a ritrovarla?
Come fili invisibili, tirati dalla mano del tempo, le parole di David conducono Margaret sulla selvaggia isola di Skye, nell’umile casa di una giovane poetessa che, venticinque anni prima, aveva deciso di rispondere alla lettera di un ammiratore, dando inizio a una corrispondenza tanto fitta quanto sorprendente.
La portano a scoprire una donna ostinata, che ha sempre nutrito la fiamma della sua passione, che non ha mai permesso all’odio di spegnerla. La guidano verso un uomo orgoglioso, che ha sempre seguito la voce del suo cuore, che non si è mai piegato al destino.
Le fanno scoprire un amore unico, profondo come l’oceano che divideva Elspeth e David, devastante come la tragedia che incombeva su di loro, eterno come i novemila giorni che sarebbero passati prima del loro incontro…


Sono abbastanza “vecchia” da ricordare com’era scrivere e ricevere lettere. Quand’ero piccola inviavo molte lettere alle mie amiche e ricordo che uno dei regali più in voga per i compleanni era la carta da lettere. Naturalmente formato bambina, se così si può dire: la carta, così come le buste, erano variamente decorate (cuccioli dagli occhi dolci, fiori, piante rampicanti, etc…). Così ci scrivevamo spesso ed erano fiumi di parole: mi ricordo degli sforzi per cercare di far entrare nella lettera tutto quello che avevo da dire/raccontare. Pagine e pagine riempite nella grafia più minuscola possibile e poi infilate con cura nella busta (che poi veniva regolarmente pressata perché aveva le dimensioni di un panino imbottito…).

Ora vi chiederete: ma cos’è questa roba, una recensione o un attacco di vecchiaia precoce con conseguente rimpianto dei bei tempi andati (e vi risparmierò la massima “Si stava meglio quando si stava peggio”… oops, ormai l’ho scritta! :P)?

Be’, tutto l’ambaradan era per spiegare quello che mi ha lasciata più perplessa in questo libro epistolare: la brevità delle lettere. Io che vedevo le mie amiche abbastanza spesso inviavo loro lettere chilometriche e questi due che hanno l’Atlantico in mezzo – e sono innamorati – si scrivono sì e no tre parole in croce. Strano. Alcune sono così brevi da sembrare quasi dei twit… in generale, non si va oltre la lunghezza media di una mail.

Infatti, non è un libro che lascia il segno (“il romanzo più romantico dell’anno”? Mah…). L’ho trovato carino, piacevole, ma certo non indimenticabile. Le lettere sono troppo brevi per sviluppare a pieno i sentimenti dei corrispondenti, qualche frase ben piazzata non basta a lasciare il lettore scosso dal dramma di questi due sfortunati innamorati di penna.

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