Alla vigilia dei suoi nove anni, in particolare, Rose Edelstein scopre di avere un dono molto particolare: ogni volta che mangia qualcosa, riesce a sentire il sapore delle emozioni che ha provato chi l’ha preparato. Dietro il dolce dei pasticcini venduti nella pasticceria dietro casa sua, infatti, si nasconde la rabbia; il cibo della mensa scolastica, invece, sa di frustrazione e noia; le torte che le prepara sua madre, invece, hanno il sapore della tristezza, del senso di colpa e della disperazione.
La particolarità di Rose la porterà a confrontarsi e ad affrontare, quindi, i problemi segreti della sua famiglia e a scoprire l’importanza dell’amore, un sentimento che ci porta a superare le sfide di tutti i giorni per il bene delle persone che amiamo.


Ci sono momenti nei quali un lettore deve ammettere i propri limiti. Questo è uno di quelli. Io in questo libro non c’ho capito una mazza. Quindi non so bene nemmeno cosa scrivere nella recensione… certamente non è una recensione positiva: si sa, ciò che non si capisce non si può apprezzare.

Il romanzo parla di una famiglia: madre, padre, figlio e figlia. Uno più strano dell’altro (e non è un complimento o una cosa simpatica). La storia… eh, la storia. Non è che succeda granché. I figli crescono, i genitori non sono soddisfatti del loro matrimonio (con ovvie conseguenze). Tutto qui.

Nel mezzo poi c’è tessuto il realismo magico: la figlia può sentire sentimenti di chi prepara il cibo (oltre che al luogo di provenienza di ogni singolo ingrediente… sarebbe utile ai NAS). Il babbo fa il co*****e davanti agli ospedali perché non riesce ad entrare. La mamma non ha ancora capito cosa farà da grande (ma sicuramente sa con chi). Il figlio… ecco, il figlio, qualunque sia il senso del libro, per me e il mio buonsenso, rimane un pazzo asociale.

Insomma, un libro allucinante. E quella tristezza nel titolo è molto azzeccata. Non c’è un briciolo di speranza di in questo romanzo (nemmeno quella di capirlo).

1 star

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