I Sicari Silenziosi del Deserto Rosso sono gente di poche parole. In ogni caso, Celeana Sardothien non avrebbe molto di cui conversare: non li ha raggiunti per parlare, ma per essere addestrata dal più esperto degli assassini. Il silenzio è suo alleato, almeno finché lei non comincia a sospettare che nella fortezza si annidi un traditore, che lei dovrà scovare tra i molti Sicari Sileziosi, per annientare un nemico mortale.


In questo secondo racconto Celaena Sardothien viene spedita nel deserto come punizione per non aver obbedito ad Arobynn e dovrà allenarsi con il Maestro Muto dei Sicari Silenziosi.

Non so bene cosa pensare di questo Maestro Muto (per modo di dire): da una parte mette in evidenza un modo diverso di addestrare assassini, dall’altro sembra affetto dalla stessa ingenuità di Celaena. Per quanto la sua spiegazione degli eventi sia sensata, mi ha lasciato un retrogusto di inverosimiglianza.

Un assassino, soprattutto un Maestro, dovrebbe essere scaltro. Il Maestro Silenzioso dà l’idea di essere un nonno bonario che ha messo su una scuola per assassini “nobili”, cioè pronti a lottare in nome di qualche buon principio. In contrasto con la scuola di Arobynn, che ha messo su assassini per fare soldi e giochi di potere.

Sembra tutto molto – troppo – accomodante: avendo scelto un’assassina come protagonista, l’autrice sembra volerle dare troppi scrupoli. Avrei preferito un’eroina indipendente con un codice morale personalizzato (e poco incline a strizzare l’occhio a ciò che il lettore potrebbe ritenere giusto): di certo, l’avrebbe resa più interessante.

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