Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo, in aereo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso, ‘in concorso con altri’, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale.” Hannah Arendt va a Gerusalemme come inviata del New Yorker. Assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il giornale sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro al caso Eichmann. Ne nasce un libro scomodo: pone le domande che non avremmo mai voluto porci, dà risposte che non hanno la rassicurante certezza di un facile manicheismo. Il Male che Eichmann incarna appare alla Arendt “banale”, e perciò “tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la “grandezza” dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.


[…] ché quando io parlo della «banalità del male,» lo faccio su un piano quanto mai concreto. Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che «fare il cattivo» – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele, e anche quella diligenza non era, in sé, criminosa; è certo che non avrebbe mai ucciso un suo superiore per ereditarne il posto. Per dirla in parole povere, egli “non capì mai che cosa stava facendo”. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. E se questo è «banale» e anche grottesco, se con tutta la nostra buona volontà non riusciamo a scoprire in lui una profondità diabolica o demoniaca, ciò non vuol dire che la sua situazione e il suo atteggiamento fossero comuni. Non è certo molto comune che un uomo di fronte alla morte, anzi ai piedi della forca, non sappia pensare ad altro che alle cose che nel corso della sua vita ha sentito dire ai funerali altrui, e che certe «frasi esaltanti» gli facciano dimenticare completamente la realtà della propria morte. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.

E’ un libro che dà molto da pensare. A torto o a ragione siamo abituati a pensare in termini di Bene e Male assoluto quando si tratta del nazismo. I nazisti erano i cattivi, gli ebrei erano i buoni. Punto. E’ così che ci insegnano a storia, quando andiamo a scuola. E questa visione così drastica, netta, di quegli eventi turbò le persone al processo di Adolf Eichmann, perché non si trovarono di fronte un mostro, uno che avrebbero potuto odiare facilmente, ma una persona normale e neanche troppo brillante. Era un uomo pericolosamente simile a tanti di quelli che stavano dalla parte del “bene”.

Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica – come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni – che questo nuovo tipo di criminale, realmente “hostis generis humani”, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male.

Come a dire, la normalità è pericolosa e nessun “normale” può dirsi immune alla follia, al virus dell’incapacità di distinguere il bene dal male. Perché la normalità è pericolosa? Istintivamente, sembra proprio un ossimoro accostare “normalità” all’aggettivo “pericolosa”. Eppure è così, basta rifletterci un attimo. Tutto dipende da cosa intendiamo per “normalità”. Fare colazione la mattina? Portare la fede al dito dopo il matrimonio? Sterminare i soggetti deboli della società perché così ci è stato ordinato?

Non so se Hannah Arendt abbia assolutamente ragione sulla “banalità del male”. Certamente questo è un libro che pone più interrogativi di quanti non ne risolva e solo per questo meriterebbe di essere letto da chiunque.

Nessuna pena ha mai avuto il potere d’impedire che si commettano crimini. Al contrario, quale che sia la pena, quando un reato è stato commesso una volta, la sua ripetizione è più probabile di quanto non fosse la sua prima apparizione. E le ragioni particolari per cui non è da escludere che qualcuno faccia un giorno ciò che hanno fatto i nazisti, sono ancor più plausibili.

Non è affatto escluso che nell’economia automatizzata di un futuro non troppo lontano gli uomini siano tentati di sterminare tutti coloro il cui quoziente d’intelligenza sia al di sotto di un certo livello.

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