I popoli delle Quattro Terre sono ancora una volta in pericolo. Su di loro incombono oscure e terribili maledizioni. Quelle tramandate dall’Ildatch, il libro della magia nera. La disperazione e la paura paralizzano tutti, perché è fin troppo chiaro che non c’è nessun uomo che possa sfidare il malefico potere delle parole dell’Ildatch. Ma Allalon, il mitico Druido protettore delle Razze, non si sottrae a quest’ultimo combattimento contro il Male e, con l’aiuto dell’erede di Shannara, l’antico re degli Elfi, riesce a riportare nelle Terre pace e serenità. Una storia con cui Terry Brooks chiude alla grande il ciclo di Shannara, la più straordinaria epopea fantasy di questi ultimi anni.


Questo terzo volume della trilogia inizia esattamente come i primi due. Allanon va dagli Ohmsford e convince l’erede di turno – Brin – a seguirlo per salvare il mondo dal Male del momento, il libro che raccoglie tutta la magia nera, l’Illidatch.

La differenza rispetto ai primi due romanzi sta sostanzialmente nella sfiga della Compagnia, che viene decimata. Far finire un’era (e una trilogia) è un lavoraccio, devi ammazzare un sacco di personaggi. Sarà per questo che le “Compagnie” questa volta sono due…

Lo stile di Terry Brooks è sempre lo stesso: E allora captò lentamente la presenza di qualcosa, qualcosa di terribile, un’entità così maligna che la sua sola presenza bastava a permeare l’aria di paura. Qualsiasi cosa fosse, sembrava essere dappertutto, un orrendo mantello nero che avvolgeva la casa degli Ohmsford come un sudario. Un essere, sussurrò la sua mente, un essere oscuro. Tutto fumo e niente arrosto: tutti questi aggettivi hanno un devastante effetto soporifero (e allora si cominciano a contare la pagine che ci separano dall’agognata fine…).

I personaggi rimangono privi di approfondimento e piatti, senza vita, senza forza. Sarebbe stato meglio avere meno personaggi, ma sufficientemente approfonditi…

La narrazione va avanti a forza di descrizioni poco evocative, “colpi di scena” (molti già visti in precedenza, ma presentati con condimento diverso) e introduzioni di personaggi/mostri più o meno significativi.

A questo giro la parte del protagonista-oh-ma-quanti-problemi-mi-faccio tocca a Brin: visti i suoi pensieri catastrofici, nessuno può stupirsi di ciò che le accade alla fine… mai sentito parlare di pensiero positivo? Inizia a pensare che non ce la farà prima ancora di partire…

Al contrario di lei, il fratello minore Jair è una macchina di positività (e nessuno gli crede quando prova ad abbattersi). Dentro di sé sa che ci sarà sempre qualcuno disposto a salvargli il c*** (e infatti, puntualmente…).

E, infine, abbiamo l’innamorato pazzo – di Brin – Rone Leah, discendente del vecchio Menion del primo volume. In realtà, dal suo comportamento non si direbbe che sia così innamorato, ma Brin una volta pensa che lo sia e tanto dovrebbe bastarci (ehi, lettore, come mai pretendi che lo scrittori ti mostri che Rone è innamorato di Brin?). Poi il potente sentimento viene di nuovo fuori alla fine, quando i due si ritrovano, innamorati persi (o meglio, Rone la guarda con gli occhi da pesce lesso innamorato). Tutto qui. Nelle restanti pagine non c’è nessun cenno ai loro sentimenti.

Il cattivo è un libro di magia nera. Le sue parole – sì, il libro parla – sono tentatrici come quelle di un allievo di Satana rimandato a settembre. Non avrebbero convinto a passare dalla sua parte nemmeno il malvagio più incallito. Quindi ci si meraviglia di tutti i danni che è riuscito a fare… ma, d’altro canto, i cattivi libri hanno sempre pessimi effetti sulle menti dei lettori…

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