Questa nuova edizione de “Il Signore degli Anelli”, con traduzione riveduta e aggiornata in collaborazione con la Società Tolkieniana Italiana, contiene cinquanta illustrazioni commissionate al disegnatore Alan Lee per commemorare il centenario della nascita di Tolkien. Il volume è corredato inoltre da sei appendici e mappe della Terra di Mezzo, il mitico scenario delle celeberrime avventure della Compagnia dell’anello e dei suoi acerrimi nemici. L’edizione originale dell’opera, ispirata al mondo medievale di cui Tolkien era grande conoscitore, apparve tra il 1954 e il 1955, dopo ben 14 anni di intenso lavoro.


La mia storia d’amore assoluto con Il Signore degli Anelli è iniziata quando avevo 12 anni. Me lo prestò una mia amica – sia benedetta! – e mi tenne incollata alle pagine fino alla fine (Appendici comprese). Da allora credo di averlo riletto almeno (e sottolineo almeno) una volta l’anno. E ogni volta mi emoziona come la prima.

Credo sia impossibile rimanere indifferenti di fronte alla bellezza – alla perfezione – di questa trilogia. Non c’è niente che sia stato lasciato al caso, ogni elemento, ogni personaggio, ogni descrizione è lì per un motivo, per incastrarsi con precisione per formare il disegno della narrazione. Tolkien è semplicemente il Dio Creatore del suo universo e la sua Provvidenza dà il giusto Ordine agli eventi.

Nessuno che dica di amare il fantasy può permettersi di non aver letto questo capolavoro. Sembra quasi un trattato sul fantasy tanto le sue pagine sono dense di significati. Non è mai banale, ma è al contempo è grandioso e magnifico, semplice e umile.

Tolkien amava la bellezza e ne ha riversata con generosità nelle sue opere – e non solo la bellezza abbagliante degli Elfi, ma anche quella quotidiana e casalinga degli Hobbit. Ma conosceva anche l’orrore della guerra e lo squallore dell’odio: mai come ne Il Signore degli Anelli si avverte la follia del Male, ma anche la sua forza persuasiva.

Il Bene vince, ma a quale prezzo: quello che è rotto non può tornare alla primitiva bellezza. Chi è stato ferito a fondo non può godere della vittoria, sempre memore dell’antica – e perduta – bellezza. Ma egli non ne sarà dispiaciuto: altri godranno della pace, prospereranno e vivranno la vita che lui non può vivere. E non è questa la suprema vittoria del Bene?

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