Protagonista del libro è ancora una volta Menolly, la giovane Arpista che cerca un proprio ruolo nella complessa e multiforme civiltà dei Dragonieri di Pern, destreggiandosi tra le coloriture di un sistema sociale di un’originalità quale non si è mai riscontrata in alcun altro volume di fantascienza.


Devo dire che la maggior parte del libro mi è piaciuto come i precedenti della trilogia, ma in alcune parti l’ho trovato un po’ noioso.

Cosa non ha funzionato? Anne McCaffrey non scriveva libri pieni d’azione, ma era abilissima nel non annoiare il lettore facendo interagire i personaggi tra di loro. Infatti, ogni personaggio ha una personalità tale da rimanere facilmente impresso nella mente del lettore.

Questa volta il protagonista è il piccolo Piemur, già incontrato in precedenza e assolutamente adorabile. Il suo essere un bricconcello e il suo sapersela cavare in ogni situazione lo rendono immediatamente simpatico.

Il problema è sopraggiunto nella seconda parte del romanzo, quando Piemur si trova da solo nel Meridione. Ricorda in modo spiacevole le avventure di Menolly appena fuggita dalla Tenuta Marina e l’ho trovata troppo lenta. Ed è un peccato, perché Piemur mi piaceva davvero.

Vediamo poco anche gli altri personaggi, incluso il Maestro Arpista Robinton (uno dei capisaldi della serie). Menolly e Sebel compaiono un po’ di più, ma rimangono lontani e “misteriosi” visti dal punti di vista di Piemur. Altro peccato, data l’amicizia che lega Menolly a Piemur. I pochi momenti nei quali Menolly e Sebel compaiono da soli e la narrazione si svolge dal loro punto di vista, si ha l’impressione che l’evoluzione del loro rapporto avvenga in maniera frettolosa e poco approfondita (e questo nonostante i precedenti pensieri di Piemur al riguardo).

Rimane pur sempre un romanzo godibile, ma, data la qualità di quello che ho letto finora, da Anne McCaffrey mi aspettavo qualcosa di più per questo finale.

3 stars smaller

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