La giovane Ester Prynne, condannata per adulterio nella puritana Boston, sarà costretta a portare per sempre sul seno una fiammeggiante, scarlatta, lettera «A» (A come adulterio? Come Arte? Come America?), da lei stessa ricamata. Ester non ha mai voluto rivelare il nome del suo “complice” che infine – lacerato tra ansia di schiettezza e orgoglio, e perseguitato dal marito della giovane – cederà, confessando la sua colpa. La lettera scarlatta, libro che rese celebre il nome di Nathaniel Hawthorne, è un mirabile esempio di fusione perfettamente riuscita tra sviluppo tematico-narrativo, delineazione dei personaggi e procedimenti linguistico-stilistici. Hawthorne fa di Ester un personaggio esemplare: mostrando, da un lato, una compartecipazione profonda, ma soffermandosi, dall’altro, in un pensoso e drammatico indugio di fronte alla sua “colpa”, pur condannando l’implacabilità puritana e la violenza moralistico-sociale di cui è vittima.
«Orbene questo straccio scarlatto ché tale ormai era ridotto dal tempo e dall’uso, esaminato con cura, presentava l’aspetto di una lettera.»


Il concetto di peccato non fa proprio parte della mia mentalità né della mia educazione. Per questo ho dovuto fare uno sforzo intellettuale in più per capire questo libro, per immedesimarmi nei protagonisti e per comprendere il loro punto di vista sulla vicenda. Sì, perché La lettera scarlatta è un libro sul peccato, su come questo possa incidere sulla vita di coloro che lo commettono e su come le persone reagiscono di fronte al peccatore.

La protagonista, Hester Prynne è un’adultera e viene condannata a portare la lettera “A”, scarlatta e ricamata da lei stessa, sul petto, in modo che il suo peccato, la sua vergogna siano evidenti a tutti. Ma Hester è una donna forte e mantiene intatta la sua dignità, riuscendo comunque a trovare il suo posto nell’ambiente puritano in cui vive. E, ironia della sorte, Hester diventa una ricamatrice provetta, tanto abile che nessun personaggio importante di Boston può fare a meno del suo talento.

Con il tempo, Hester vedrà ingrigire il suo aspetto insieme alla sua femminilità, che potrà manifestare solo nell’amore verso il prossimo e nell’agghindare la figlia avuta dal peccato in maniera sgargiante e fantasiosa. Tuttavia, se la manifestazione dei suoi desideri le è negata, non così si può dire dei suoi pensieri, che vagano liberi e in lidi che una donna “pura” non avrebbe neanche osato guardare. Nel suo cuore, infatti, serba la speranza che, almeno dopo la morte, lei e il suo amato potranno stare per sempre insieme. Hester Prynne, con la croce che ha scelto di portare alla luce di sole, di fatto libera se stessa dalla colpa, dal peccato.

Tutt’altro si deve dire dell’uomo che ha condiviso con lei il peccato, ma non la gogna. Timoroso delle ripercussioni sociali, ha scelto di serbare nel cuore questo segreto con tipica viltà mascherata da moralità. Solo che questo segreto diventa un cancro terribile che lo consuma, lo fiacca, lo rende l’ombra dell’uomo vigoroso che era un tempo. Solo alla fine troverà il coraggio di confessare il suo peccato e di salire con Hester sul palco che anni addietro non ebbe il coraggio di calcare.

Poi abbiamo il personaggio che Hawthorne ci presenta come nemico, molto peggio di chi non ha confessato subito il proprio peccato. Chillingworth è il marito tradito che ha come unico scopo quello di scoprire il rivale e vendicarsi di lui. D’aspetto deforme (e di una deformità che indica una preminenza della ragione sul cuore), non ammette misericordia e perdono, che l’autore ritiene fondamentali e dimenticati troppo spesso dai puritani.

Infatti, alla fine, è questo che l’autore chiede ai religiosi più intransigenti. Laddove c’è peccato deve esserci anche misericordia. Altrimenti si scade nella vendetta e la vendetta non è altro che opera del Maligno (e chi è infatti l’unico che muore solo, dimenticato da tutti? Colui che è senza misericordia).

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