«L’opera più bella e più profonda in lingua cinese», «uno dei più importanti testi di tutta l’antichità».
Così è stato definito questo libro, sintesi della saggezza, della profondità di pensiero, della visione del mondo di una cultura millenaria. Un’opera così compenetrata nel mito – è il testo cinese antico più tradotto in Occidente – che è mitica anche la sua origine. Secondo la leggenda, un vecchio saggio intenzionato a lasciare la Cina venne fermato da un doganiere, che pretese il pagamento di un pedaggio. E il vecchio “pagò” scrivendo per lui un volume in due parti, sul significato della vita e sulla virtù. Era proprio ilTao-teh-ching, Il libro del Tao.


Testo fondamentale del Taoismo, richiederebbe la conoscenza del cinese per essere apprezzato a pieno, dato le significative possibilità di interpretazione di ogni singolo capitolo.

Lao-Tzu – a lui è attribuita senza certezze la composizione di questo testo – reagisce alla decadenza della società cinese in modo opposto da Confucio, ritirandosi dal mondo in favore di una vita di meditazione, parsimonia e tolleranza. Sosteneva l’importanza di un ritorno alle origini, alla madre, alla natura, disprezzando gli artifici degli uomini, il loro voler alterare le leggi della natura.

Immagina che la gente torni a usare le cordicelle annodate; che trovi buono il proprio cibo, belle le proprie vesti, comode le proprie case, piacevoli i propri costumi.

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