Pur presentandosi come un’opera intessuta di una sua verità storica che esprime gli stati d’animo collettivi dei contadini di Fontamara, il romanzo di Silone è scandito da un’alternanza di registri che confluiscono nella coralità e nella denuncia violenta di ogni ingiustizia. Il referto antropologico, la ballata popolare, la parabola evangelica e la satira politica si fondono nel racconto, quasi a formare una partitura ritmata dalla miseria e dalle sofferenza a cui i “cafoni” di Silone sono assuefatti da secoli. La vicenda si inquadra nei primi anni della dittatura fascista a Fontamara, “un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino”. La scala sociale del paese conosce solo due condizioni: quella dei “cafoni” – i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri – e quella dei piccoli proprietari, ma sono solo i primi a subire i soprusi e le ingiustizie, divenuti per loro così antichi da sembrare naturali come la neve e il vento. Fontamara registra la scintilla della ribellione, personificata da Berardo Viola, che assurge a emblema di un nuovo, seppure ancora impreciso e velleitario, livello di dignità. Il giovane subirà le torture della polizia fascista e sarà il primo”cafone” a morire in nome di una causa collettiva.


Terminato questo romanzo, il mio pensiero è stato: i cafoni non vincono le rivoluzioni da soli. Nemmeno se si ribellano tutti insieme. Dall’altra parte, infatti, ci sarà sempre più organizzazione, più tattica, più strategia, più armi, e via discorrendo.

Silone ci mostra la divisione tra poveri e ricchi in tutta la sua estrema crudezza. E, leggendo, si percepisce che quello che li divide non sono soltanto i soldi, ma anche – o forse soprattutto – l’ignoranza. I Fontamaresi non sanno del fascismo e delle sue usanze – per così dire – e coloro che proprio con il regime si sono arricchiti ne approfittano.

Ma non solo i fascisti. Anche chi vorrebbe difenderli li sfrutta, incurante delle conseguenze che pagheranno sulla loro pelle. Alla fine il Solito Sconosciuto si fa bello con il sangue dei Fontamaresi, che, per la prima volta, hanno deciso di denunciare la loro condizione e di ribellarsi. Nessuno di loro, però, è consapevole della portata e della pericolosità di quello che stanno facendo…

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