Strutturato come un affresco polifonico, con vari personaggi che raccontano ciascuno il proprio punto di vista, il romanzo riscopre fonti antecedenti ad Euripide e ribalta la visione tramandataci dalla tradizione, rivelando così una nuova figura di donna. Medea non è più l’infanticida vittima dell’ossessione d’amore, ma una donna forte e generosa, depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra, che le fa scoprire il segreto nascosto nel sottosuolo di Corinto: i resti della figlia primogenita di Creonte, che questi ha fatto uccidere per timore di perdere il trono. Per questo segreto svelato Medea dovrà pagare.


Il mito di Medea è sempre stato uno dei miei preferiti fin da prima del liceo. Questa donna così forte, così ribelle, così anticonvenzionale suscita un innegabile fascino su un’adolescente. Quindi non ho potuto resistere a leggermi la riscrittura del mito da un punto di vista femminile, dal punto di vista di una cultura matriarcale, come quella da dove Medea proveniva – la Colchide.

E allora vediamo subito, con l’autrice, che in una cultura matriarcale era impossibile che Medea avesse ucciso prima il fratello e poi i figli. Quindi ci viene proposta un’interpretazione di Medea depositaria di un sapere antico e femminile in contrapposizione con la cultura patriarcale di Corinto. Medea è una donna, una straniera, una miscredente, una ribelle. Medea non rispetta le consuetudini delle donne di Corinto, Medea non si assoggetta agli uomini. E per questo diventerà il capro espiatorio perfetto per debellare la peste che inizierà ad ammorbare la città.

Suo marito, Giasone, non farà nulla per impedirlo. Le cose vanno così, devono andare così. Tutto quello che è accaduto è colpa di Medea, di Medea che non ha voluto adattarsi. Di Medea che non ha potuto chiudere gli occhi di fronte all’atroce delitto sul quale si fonda la società di Corinto.

Ma Medea non è Glauce, la secondogenite di Creonte, re di Corinto, che ha visto, che sa, ma preferisce nascondersi dietro il suo “male” pur di non affrontare la verità. E così la sua femminilità sarà annichilita e svilita dagli uomini.

E’ un romanzo estremamente femminile, dove si mostra il male che può derivare da una cultura patriarcale. E dove si mostra che nemmeno una cultura matriarcale è esente da orrori. La soluzione sta nell’equilibrio che nessuno ha ancora trovato.

Christa Wolf: “E’ sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – femminile e maschile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che dev’essere plasmato da uomini e donne in modo paritario, a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità ben diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori. Ma da tutto questo siamo ancora distanti anni luce”.

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